Il giorno del Grande Raduno finalmente arrivò. Sin dalla serata precedente, le emozioni avevano cominciato a susseguirsi in rapida successione come alberi visti fuori dal finestrino di un treno magnetico in corsa. Poche ore per dormire, troppi pensieri a cui dare forma e sostanza, pensieri ai quali legare il più in fretta possibile immagini, strette di mano, discorsi posti fuori da ogni dove, e soprattutto non sottoposti ad alcun influsso memetico.
La sveglia craniale mi riportò allo stato della coscienza, lentamente, attraverso la graduale somministrazione di un brano di musica classica. Aprii istantaneamente gli occhi, non sentendo per nulla la necessità di tornare a letto. In realtà, inconsciamente, durante il breve ed eccitato sonno di quella notte, non feci altro che rimuginare su quella giornata tanto speciale. Appena sveglio, mi scontrai con l’oscurità. La notte non era ancora terminata, ovunque il nero della notte rivestiva di scaglie buie tutto ciò che il mio sguardo incontrava. Mi preparai per la partenza in poco meno di quaranta minuti; tutte le valigie e l’occorrente per il viaggio li avevo già sistemati la sera precedente. A volte divento maniacale nell’organizzazione. Meglio non farsi trovare impreparati dinanzi al flusso disgregatore del vento dell’incontrollabilità.
Lasciai quindi il mio appartamento con zaino in spalla e borsa a mano. Non avevo molto con me, solo desideri, una manciata di memorie esterne, tanta impazienza, strumenti digitali di registrazione video e audio e tantissima curiosità. L’orologio mostrava le sei del mattino: le strade completamente deserte, neanche un veicolo parcheggiato. Da quando infatti sono entrate in circolazione le aeromobili, i parcheggi si sono spostati sulle vette dei palazzi, lasciando più spazio per la circolazione a terra. Scesi in strada, percorrendo come un uomo del ventunesimo secolo le rampe di scale del mio condominio. Non so perché, ma in quel giorno tanto particolare e unico, avevo bisogno di percorrere sentieri destinati a sparire da lì a qualche anno, proprio come le scale, ormai retaggio in dismissione di un passato non troppo lontano. Sceso in strada, inserii la mia carta di riconoscimento all’interno di un TCC (terminale comunale di comunicazione). Chiamai un taxi, chiedendo una certa celerità nel servizio. Ripensandoci, credo che forse avrei fatto bene se l’avessi prenotato il giorno prima, avrei certamente risparmiato un bel po’ di tempo prezioso. Ma in quei giorni concitati di attesa e riflessione certi dettagli mi sfuggirono. Inoltre, ripensandoci con il senno del poi, difficilmente a quell’ora della mattina le strade sono ingolfate dal traffico: mi è andata bene. Lo schermo rispose in pochi istanti: un tassista era già partito alla volta del sottoscritto. Ritirai la carta, opportunamente alleggerita del credito, e aspettai lì l’arrivo dell’aeromobile, poggiato con la schiena alla parete dell'omonimo condominio nel quale abitavo. Di lì a sessanta minuti un razzo a gittata nazionale mi aspettava. Un viaggio breve che però mi avrebbe allontanato parsec della plumbea realtà della routine quotidiana. L’aerotaxi arrivò. La portiera si aprì automaticamente, permettendomi di entrare. Diedi le istruzioni al tassista, chiedendogli di essere rapido, visto che il mio volo sarebbe partito di lì a breve.
Il Grande Raduno si avvicinava: tutto il resto si perdeva in lontananza, come un centro abitato visto dall’oblò di un razzo extra-mondo. Sempre più vicino alle stelle, mi ripetevo con ritrovata calma. Il caos era altrove.
P.S. Un ringaziamento particolare a tutti coloro che hanno facilitato logisticamente la mia permanenza a Vimercate, è cioè ad Alex "Logos" Tonelli ed ai ragazzi della Frogram. Un abbraccio connettivo e unico nella storia della fantascienza a tutti gli altri, per le parole spese in compagnia e per la forte empatia sviluppata insieme. Non mi dilungo con l'elenco: chi c'è stato sentirà il mio saluto con sincerità e calore.